martedì 24 gennaio 2012

L'Arte di Vincere, la recensione

Regia: Bennett Miller 
Cast: Brad Pitt, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Jonah Hill, Chris Pratt, Tammy Blanchard, Jack McGee, Kerris Lilla Dorsey 
Durata: 2h 13m 
Anno: 2011 

Billy Beane (Brad Pitt) è il general manager degli Oakland Athletics, una squadra di baseball tutto sommato buona, che però non è in grado di competere con la disponibilità economica dei suoi avversari. Un problema che emerge in maniera evidente nel momento in cui, alla fine della stagione, gli Oakland perdono alcuni dei loro giocatori migliori. Una bella grana per Billy, che si trova costretto a gestire sia la carenza di atleti che quella di soldi. Durante la sua ricerca quest’uomo fa la conoscenza di Peter Brand (Jonah Hill), un giovane laureato in economia che gli illustra un metodo completamente nuovo, basato sulla statistica, per reclutare ottimi giocatori a buon mercato. Billy decide di dare fiducia al ragazzo e, circondato dallo scetticismo dei suoi collaboratori, comincia a formare una squadra che, sulla carta, non ha alcuna possibilità di vincere. 


Che lo sport sia spesso e volentieri una metafora di vita è ormai cosa nota. Ci sono moltissimi lungometraggi ispirati a storie più o meno vere a cui si è recentemente aggiunto L’Arte di Vincere, diretto da Bennett Miller, scritto da un duo da Oscar del calibro di Steven Zaillian e Aaron Sorkin e interpretato da grandi nomi del calibro di Brad Pitt, Jonah Hill, Robin Wright Penn e Philip Seymour Hoffman. Un piccolo fenomeno all’estero, capace di fare incetta di premi e nomination (tra cui una recentissima candidatura come Miglior Film agli Oscar 2012) ma che, a conti fatti, si rivela come un prodotto nella media, senza infamia e senza lode e decisamente poco esaltante. Risulta difficile credere che tutto questo sia dovuto alla poca considerazione che il baseball gode qui Italia. Sicuramente una storia del genere è in grado di fare molta più presa sul pubblico americano, che conosce bene l’avventura del general manager Billy Beane è può dunque godere maggiormente della sua versione romanzata, ma è anche vero che ci troviamo di fronte ad un’opera che per gran parte della sua durata non riesce a decollare e che, quando lo fa, rimane comunque molto vicina al terreno. L’esperienza ci ha insegnato che al cinema, come in qualunque altro ambito artistico, non sono tanto le grandi storie a vincere, quanto il modo in cui le si racconta e, molto probabilmente, quello scelto da Bennett Miller non è stato il migliore. 

Da più parti si è poi parlato dell’ottimo lavoro fatto da Steven Zaillian e Aaron Sorkin, che hanno adattato per il grande schermo il libro Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game scritto da Michael Lewis. Cosa indubbiamente vera ma che di certo non riesce a sollevare questa storia quel tanto che basta per farla diventare il piccolo fenomeno esaltato oltreoceano. Rimane il piacere di vedere un cast in forma e decisamente calato nella parte. Tra un Brad Pitt intento a serrare le sue mascelle ogni due minuti e un Philip Seymour Hoffman imbolsito per esigenze (più o meno) di copione la vera sorpresa rimane Jonah Hill, che, intento ad interpretare un ruolo decisamente distante da quelli a cui ci aveva abituati, è stato in grado di rivelarsi più che mai convincente e intenso.

Pubblicato su ScreenWEEK

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ma infatti mi ispira veramente poco se devo essere sincera. Però il cast è ovviamente invitante.

Ale55andra

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