giovedì 3 dicembre 2009

Moon

Moon (2009, regia Duncan Jones)



Sono tre anni ormai che l’astronauta Sam Bell è in missione sulla Luna, con l’unica compagnia del robot Gertie, per inviare sulla Terra un’importante risorsa energetica. Mancano due settimane alla fine del contratto, e la voglia di riabbracciare al più presto la moglie e la figlioletta è tanta. Ma qualcosa non va per il verso giusto. Sam è tormentato da forti mal di testa e comincia ad avere strane allucinazioni.

Moon è il primo lungometraggio diretto da Duncan Jones, figlio del Duca Bianco David Bowie. Una pellicola indipendente, girata in poco più di un mese con budget ridotto e un cast minimale, ma destinata a lasciare il segno. Questo perché riesce a rispondere alla ristrettezza economica con una straordinaria ricchezza di idee. Ricordate quello che John Carpenter ha fatto dire al saggio Egg Shen in Grosso guaio a Chinatown? “È proprio così che tutto comincia: dal molto piccolo”. Tenetele bene a mente queste parole, perché sono destinate a ritornarvi in mente frequentemente durante la visione di questo film.

Come spesso accade con le opere prime, i debiti nei confronti dei vecchi cult del passato sono molti e tra i nomi che saltano subito in mente c’è sicuramente quello di Stanley Kubrick. E’ impossibile infatti non vedere nel robot parlante Gertie, doppiato nella versione originale da Kevin Spacey, un clone dell’Hall 9000 di 2001: Odissea nello spazio. Ma il film di Jones non vive solo di citazioni. Può infatti vantare uno script molto valido, che gioca sulle ambiguità e sulle emozioni in maniera efficace, sfruttando temi attuali in maniera originale, e possiede un’estetica retrò particolarmente affascinante (non per niente i designer hanno fatto parte del team di Alien).

Mattatore assoluto di questa storia è Sam Rockwell, praticamente l’unico membro del cast. La bravura di quest’attore è ormai cosa nota, ma ad oggi questa si potrebbe definire la sua migliore interpretazione. Solo sullo schermo, con l’unica compagnia di se stesso, potrebbe sembrare una risposta al Kris Kelvin di Tarkovskij. Ma in questo caso ogni paragone è superfluo, non resta che fare tanto di cappello a regista e interprete.

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lunedì 30 novembre 2009

Saw VI

Saw VI (2009, regia Kevin Greutert)



Dopo la morte dell’Agente Strahm, il Detective Hoffman è pronto a continuare indisturbato l’opera di Jigsaw. Questa volta l’anima da “redimere” è quella di William Easton, che lavora nel campo delle assicurazioni mediche. L’uomo, che ha sempre deciso per la vita degli altri, si troverà coinvolto in un estremo gioco di morte. Nel frattempo l’FBI comincia a sospettare di Hoffman.

Può piacere o non piacere, ma è un dato di fatto: di tutti i franchise horror che si sono sviluppati negli ultimi anni, Saw è stato l’unico a rimanere a galla, consacrando un personaggio – Jigsaw – entrato di diritto nella Hall of Fame del cinema di genere e ricreando quella tradizione tanto cara alle pellicole anni ‘80/’90. Certo, chi lo accusa di aver subito una parabola discendente non ha tutti i torti, ma bisogna anche dire che si tratta di un’involuzione coerente con il suo percorso e del tutto in linea con quella toccata alle vecchie saghe di un tempo (Nightmare, Halloween, Venerdì 13). Lo sanno bene i produttori – che hanno fatto prendere alla storia una piega tale che praticamente la si può continuare all’infinito – e lo sa il pubblico appassionato, che ogni anno attende questo momento. Arrivato al sesto capitolo, dopo un quinto abbastanza deludente, l’Enigmista dimostra di avere ancora qualcosa da dire, e lo fa nella maniera che più gli si addice: scene al limite del sopportabile, sadismo portato all’estremo, un colpo di scena finale tutto sommato niente male e un’evidente critica nei confronti del sistema sanitario americano (che si potrebbe definire il vero serial killer della storia). Il tutto racchiuso nel tempo standard di un’ora e mezza, che gli permette di aggirare tranquillamente ogni pesantezza narrativa.

In conclusione niente di nuovo sotto il sole, ma bisogna anche dire che aspettarsi qualcosa di più sarebbe stata solo un’inutile pretesa. Dal secondo episodio in poi Saw è diventato un grande baraccone grandguignolesco, che risponde alle esigenze dei più riusciti tunnel dell’orrore. Regia, recitazione, coerenza, sono dei lussi di cui può fare tranquillamente a meno. Prendetelo per quello che è dunque, perché tanto ogni anno ci ritroveremo qui a parlarne. Fin quando gli incassi lo permetteranno ovviamente.

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martedì 24 novembre 2009

Il mondo dei Replicanti

Il mondo dei Replicanti (2009, regia Jonathan Mostow)



Ispirato all’omonimo comic book scritto da Robert Venditti e disegnato da Brett Weldele, il film ci parla di un futuro non troppo lontano, all’interno del quale gli uomini vivono chiusi dentro le loro abitazioni, affidano il compito di interagire con il mondo esterno ad unità robotiche, cosiddetti Surrogati. In questo modo ognuno ha la possibilità di essere ciò che vuole, vivendo un’esistenza concreta e fittizia allo stesso tempo. Le cose cambiano quando una serie di misteriosi omicidi mettono in discussione la sicurezza di questa tecnologia. All’Agente Greer (Bruce Willis), affiancato dall’Agente Peters (Radha Mitchell), viene affidato il compito di indagare.

C’è un che di morboso in Surrogates, ultima fatica di Jonathan Mostow (il nome dietro Terminator 3, il che non è una buona presentazione). Forse perché la fantascienza che descrive non è poi così lontana dal nostro modo di pensare, dominato da un’esteriorità da sbandierare con ogni mezzo e ad ogni costo. Questo mondo dei replicanti altro non è che un’estrema Second Life, all’interno della quale ognuno è ciò che vuole senza la mediazione di uno schermo da PC. Non si parla di replicanti (nel senso “Scottiano” del termine), cloni, o realtà virtuali, ma di un’esasperazione dei nostri desideri. Una cosa che fa paura, perché a conti fatti si potrebbe dire che poco ci manca. In fondo farebbe comodo a tutti poter vivere un’esistenza da sogno, senza il timore di poter un giorno perdere ogni cosa.

Cos’è allora che non funziona? Il fatto che fondamentalmente tutto è trattato in maniera superficiale. Intendiamoci, Il mondo dei Replicanti non si può certo definire un brutto film. In linea di massima si potrebbe dire che agisce riflettendo il vuoto del mondo che descrive, avvalendosi di un’estetica patinata e limitandosi ad abbozzare una trama ben più profonda. Ma la realtà è che si sarebbe potuto fare molto di più, viste le potenzialità. Ci sono ottime scene d’azione, effetti speciali all’avanguardia, ma la storia perde di mordente in troppi punti. E quando una pellicola della durata di un’ora e venti riesce ad annoiare, anche solo per qualche momento, c’è decisamente qualcosa che non va.

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lunedì 23 novembre 2009

Paranormal Activity

Paranormal Activity (2007, regia Oren Peli)



Quelle che vediamo sono le registrazioni effettuate da Katie e Micah, una giovane coppia convinta che la loro casa sia infestata da presenza demoniache.

Cosa succede quando una pellicola è famosa prima ancora di arrivare sul grande schermo? Prima di tutto si creano delle aspettative spropositate. In secondo luogo si rischia di deludere queste aspettative, principalmente perché a furia di sentire aneddoti e commenti, vuoi o non vuoi la storia te lo sei già fatta nella tua testa e non è quasi mai quella che ti ritrovi a vedere.

E’ questo il caso di Paranormal Activity, un piccolo film indipendente, diventato un grande caso mediatico. Merito del passaparola, che l’ha fatto diventare un titolo di culto, e merito anche di Steven Spielberg, che si dice non abbia retto l’intera visione del film, cosa che gli ha garantito un bel po’ di pubblicità. Ora, non voglio mettere in discussione la professionalità del papà di E.T., ma evidentemente deve spaventarsi facilmente. Il film di Oren Peli dura un’ora e mezza, e se non fosse per un finale indubbiamente bello e suggestivo, verrebbe da chiedersi che fine abbia fatto questa tensione sbandierata da più parti.

Volendolo paragonare al suo predecessore Blair Witch Project – a sua volta debitore nei confronti di Cannibal Holocaust – perde in partenza. Intendiamoci, l’opera di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez presa così non è questo gran che. Funziona piuttosto come caso, visto che è stato uno dei primi film a sfruttare le potenzialità del cosiddetto viral marketing. Ora che il finto documentario è all’ordine del giorno (Cloverfield, Rec, Diary of the Dead, solo per citarne alcuni) e che simili pellicole si limitano a cavalcare l’onda, senza fare il minimo sforzo per sembrare credibili, sul serio possono ancora destare scalpore?

Si potrebbe continuare a riflettere su quanto il cinema contemporaneo sia entrato in sintonia con la YouTube generation, diventando specchio di una società all’interno della quale per esistere si deve passare attraverso il filtro di una telecamera. Ma ormai anche questi sono discorsi che lasciano il tempo che trovano.

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domenica 15 novembre 2009

Francois Truffaut - IL BREVE PASSAGGIO DAL DIRE AL FARE

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sabato 31 ottobre 2009

Halloween II

Halloween II (2009, regia Rob Zombie)



Reboot. Conviene abituarsi a questa parola visto che ormai sembra essere diventata il cavallo di battaglia del cinema contemporaneo, evidentemente sterile di idee. Si tratta di pellicole appositamente sviluppate per rilanciare una saga, e solitamente prevedono un nuovo inizio. Ne sono stati vittima i vari Non Aprite quella Porta, Venerdì 13, Nightmare e anche Halloween, cult slasher del 1978 diretto da John Carpenter.

A rilanciare la saga, e il suo serial killer Michael Myers, ci aveva pensato Rob Zombie nel 2007, con risultati degni di nota, ma per forza di cose lontani dal prototipo. Giunti al secondo capitolo si può dire che le cose sono migliorate, questo per un semplice fatto: Halloween II è forse il vero nuovo inizio, perché si distacca in maniera evidente dalla saga, conservando solo le cose che per ovvie ragioni non si potevano abbandonare. All’interno di un film “totalmente suo”, Rob Zombie questa volta si muove con maggiore disinvoltura, premendo l’acceleratore sulla violenza, sulla sporcizia, e regalandoci momenti di puro terrore, soprattutto nella prima parte della storia, caratterizzata da un incipit particolarmente ansiogeno.

Insomma, come film horror questo Halloween II funziona, e anche parecchio. Purtroppo risulta penalizzato da uno script non sempre all’altezza della situazione. Questo perché il regista ha si un grandissimo talento visivo, ma non narrativo, cosa che già si era notata con Halloween – The Beginning. Quello che dovrebbe fare è dedicarsi esclusivamente alla regia, mettendo da parte la sceneggiatura. Il rischio, come purtroppo dimostra questa pellicola, è quello di sprecare momenti particolarmente suggestivi, facendoli passare per splendidi intermezzi pubblicitari che lasciano il tempo che trovano.


giovedì 29 ottobre 2009

La Moglie di Frankenstein

La Moglie di Frankenstein (1935, regia James Whale)



I casi in cui un sequel è meglio dell’originale non sono tantissimi, ma ovviamente esistono. C’è chi dice che tale successo è dovuto anche al fato che i secondi capitoli hanno il pregio di poter cominciare in medias res, godendo delle spiegazioni fornite in precedenza. In alcuni casi, dove la storia lo consente, si cerca anche di andare oltre.

La Moglie di Frankenstein, pellicola del 1935 diretta da James Whale, regista anche del precedente Frankenstein, si potrebbe benissimo inserire nella categoria dei “secondi capitoli riusciti”, arrivando ad essere anche migliore dell’originale. Questo perché, a differenza del suo predecessore, possiede delle caratteristiche che lo rendono un’opera in bilico tra il gotico e il grottesco, con moltissimi picchi di humour nero. La cosa che allontana i due titoli è indubbiamente la figura del mostro, ancora una volta interpretato da Boris Karloff, e la consapevolezza che assume di se stesso. Un’evoluzione che lo porta addirittura a parlare, rendendolo il personaggio più umano della storia. A fargli compagnia questa volta ci sono due mad doctor: Henry Frankenstein, turbato dal suo operato e dai sensi di colpa, e il dottor Pretorius, folle scienziato spinto da manie di grandezza e con l’hobby delle miniature.

E la Moglie? C’è ovviamente, anche se solo per pochi minuti. Purtroppo si tratta di un matrimonio in crisi sin dal primo secondo, e destinato a finire tragicamente. Ma la figura di Elsa Lanchester, con quelle mèches bianche, vale quei pochi momenti fino all’ultimo secondo.

Pubblicato su: The Wolfman