Tron (1982, regia Steven Lisberger)
Tra i titoli di culto, capiscuola di una generazione di film giunti fino ai giorni nostri (e, a giudicare dai pochi fotogrammi visti, anche del recente Speed Racer), Tron è stato sicuramente uno dei più sottovalutati, perlomeno ai tempi della sua uscita.
Tre anni di lavorazione e l’aiuto del capiente portafogli di casa Disney, non diedero infatti i frutti sperati, trasformando un sicuro blockbuster in un modesto successo di pubblico, rivalutato (in parte) solo con il passare degli anni.
Certo, quella di Lisberger non è una pellicola priva di difetti e, più che ad una trama forte, sembra puntare alla magnificenza di una rappresentazione futuristica, studiata con sospetto.
Da questo punto di vista è facile vedere all’interno della storia un monito, nei confronti di una società in continua evoluzione.
Eppure, oltre a quella paura per il futuro, a quella predisposizione negativa nei confronti di una nascente “cyber era” - cosa che ha accumunato molti titoli del periodo – c’è qualcosa.
Sarà quell’ingenuo spirito animista che muove la vicenda e che ci spinge a pensare che, anche in questo momento, ci sono diverse forme di vita all’interno del nostro calcolatore, racchiuse tra le mura di città virtuali.
Oppure - e ne sono quasi certo – il merito è tutto di quegli effetti speciali così kitsch, frutto di un’arte povera, che allora si definiva “all’avanguardia” e che sembra donare ad ogni scena quella stravagante essenza, tipica della Pop Art.
Guardato oggi, infatti, Tron ha il fascino di un’opera d’arte.
Una tale gioia per gli occhi, che lo si potrebbe benissimo vedere senza audio.
Per quanto ci riguarda lo apprezzeremmo ugualmente, se non di più.
Tre anni di lavorazione e l’aiuto del capiente portafogli di casa Disney, non diedero infatti i frutti sperati, trasformando un sicuro blockbuster in un modesto successo di pubblico, rivalutato (in parte) solo con il passare degli anni.
Certo, quella di Lisberger non è una pellicola priva di difetti e, più che ad una trama forte, sembra puntare alla magnificenza di una rappresentazione futuristica, studiata con sospetto.
Da questo punto di vista è facile vedere all’interno della storia un monito, nei confronti di una società in continua evoluzione.
Eppure, oltre a quella paura per il futuro, a quella predisposizione negativa nei confronti di una nascente “cyber era” - cosa che ha accumunato molti titoli del periodo – c’è qualcosa.
Sarà quell’ingenuo spirito animista che muove la vicenda e che ci spinge a pensare che, anche in questo momento, ci sono diverse forme di vita all’interno del nostro calcolatore, racchiuse tra le mura di città virtuali.
Oppure - e ne sono quasi certo – il merito è tutto di quegli effetti speciali così kitsch, frutto di un’arte povera, che allora si definiva “all’avanguardia” e che sembra donare ad ogni scena quella stravagante essenza, tipica della Pop Art.
Guardato oggi, infatti, Tron ha il fascino di un’opera d’arte.
Una tale gioia per gli occhi, che lo si potrebbe benissimo vedere senza audio.
Per quanto ci riguarda lo apprezzeremmo ugualmente, se non di più.





















