lunedì 7 maggio 2007

Mulholland Drive

Mulholland Drive (2001 , regia David Lynch)



Tra le opere più famose del regista americano, vincitore a Cannes per la migliore regia (in ex aequo con un altro capolavoro, “L’uomo che non c’era” dei fratelli Coen) e frutto di un parto alquanto complicato e difficile.
“Mulholland Drive” nasce come progetto per la televisione, episodio pilota di quella che doveva essere una serie per il canale americano ABC. Rifiutato dal network, perché considerato troppo lento e oscuro, lasciato incompiuto e snobbato, da quell’America che troppe volte si è dimostrata ingrata nei confronti di tutto ciò che non è blockbuster, è riuscito a sopravvivere grazie alla Francia e alla sua Canal Plus che, acquistati i diritti, ha permesso al film di uscire e di ottenere il meritato successo.
Una storia d’amore e di ossessione. Un film visionario, eccessivo, monito indiretto al mondo Hollywoodiano. La storia raccontata è quella di una giovane donna (una bellissima Naomi Watts), aspirante attrice, vittima della fine di un amore, costretta a compiere due gesti estremi, che la porteranno ad annientare due vite, la sua e quella della persona amata.
Ancora una volta Lynch parla di sogni, rappresenta le fantasie esistenziali di individui sull’orlo di una crisi, ma siamo ben lontani dalle atmosfere di “Strade perdute”. Se la fallimentare vita di Fred Madison, personaggio principale del film precedente, si trasforma in un insuccesso anche nella fantasia, la vita della protagonista del successivo lungometraggio risulta appagante solo nei sogni. Ed è infatti il sogno ad occupare un ruolo di primo piano nella storia. La fantasia onirica di una donna delusa, usata come consolazione.
Il film comincia con un pianosequenza, la telecamera sale su di un letto per poi appoggiarsi sopra un cuscino. In quel momento noi stiamo vedendo attraverso gli occhi di un’altra persona, noi ci addormentiamo con lei. Li comincia il sogno, si concretizza un mondo perfetto, irreale nella sua rappresentazione. La vita onirica di una donna distrutta dall’amore.
I lenti movimenti della telecamera, così caratteristici nei film di Lynch, diventano uno sguardo onnisciente, che si intrufola dappertutto, che penetra in ogni fessura, lento, sinuoso come un serpente striscia tra gli ambienti, così eterei da sembrare irreali (e infatti lo sono).
Quello che vediamo è la rielaborazione del passato, un misto di ricordo, rimorso e tristi premonizioni future, che diventeranno concrete una volta aperta quella misteriosa scatola blu, unica via d’uscita dalla fantasia. Quella scatola contiene l’orrore, il rimorso, la coscienza del gesto compiuto. La chiave blu che apre quel misterioso contenitore, è la stessa che la protagonista trova una volta svegliata, triste conferma del compimento di un gesto estremo. Non si può più tornare indietro ora, la profezia deve compiersi. Ed è assistendo a questo tragico epilogo che si capisce di chi era quel cadavere sognato, consapevole visione di un imminente destino.
Al risveglio tutto cambia, l’atmosfera gioiosa (benché segnata da una profonda inquietudine) diventa dramma. Tutto acquista una dimensione più squallida, ma questa è la realtà. Betty (anche se questo non è il suo reale nome) non è un astro nascente del cinema, è un’attricetta. La sua relazione saffica con Rita (lo stesso vale per questo nome) è solo un doloroso ricordo, difficile da accettare. Una perversa possessione, che culmina nella bellissima raffigurazione di una donna che piange mentre si procura piacere. Quì la fantasia non può niente, il dolore è troppo forte, resistente ad ogni tentativo virtuale di consolazione. Tramite una serie di flashback assistiamo alla storia di questa donna, alla nascita e alla fine di un amore, riconosciamo nella realtà tutta la rielaborazione onirica e intuiamo la tragedia.
Lynch analizza a suo modo la dualità dell’animo umano, il bianco e il nero presente in ognuno di noi. Parla dell’apparenza, ci mostra che niente è quello che sembra, come al “Club Silencio”, dove l’esteriorità è continuamente smentita, dove c’è musica, ma non c’è orchestra, dove c’è voce ma non c’è corpo. Ed è al “Club Silencio” che si conclude il film, ricordandoci che l’assenza di parola è l’unica risposta, il silenzio è l’unica liberazione dal tormento.
Il regista ancora una volta riesce a rendere inquietante la normalità, tutto in questo film ha un significato che va oltre la banale rappresentazione, comprese le persone.
Naomi Watts incanta con la sua recitazione. E se inizialmente può sembrare eccessivamente rigida, alla fine capiamo che quella era solo una maschera, un’impostazione voluta. L’attrice elimina dal suo volto quella stereotipata allegria per sostituirla con la maschera del dolore, diventando quasi irriconoscibile. E’ li che ci viene ulteriormente chiarito che tutto ciò che abbiamo visto era una farsa, ma la recita è finita e non c’è nessuno pronto ad applaudire.
“Mulholland Drive” è comunque un’esperienza che esula da ogni spiegazione. Molte sono le cose indefinibili della pellicola ed è li che risiede il suo fascino. Se quello che vediamo e definiamo senza senso riesce a turbarci, allora vuol dire che scava nel nostro inconscio. E se un film riesce a fare questo, significa che non è soltanto un’esperienza visiva, ma completamente sensoriale.


8 commenti:

raffaele ha detto...

un susseguirsi di emozioni. un passare tra gli occhi degli altri per entrare nei propri.
un continuo inseguire nomi e volti per raggiungere un capo che forse non esiste.
un trovarsi immersi in scatole blu ed un fuggire terrorizzati da piccole presenze del passato.

filippo ha detto...

Già già...d'accordissimo...

ciao

Dome & Edo ha detto...

quasi capolavoro...
un viaggio incredibile, un sogno da cui non ci si vorrebbe mai svegliare

filippo ha detto...

Lynch è una garanzia...;)
Anche se questo film non raggiunge pellicole precedenti come Velluto Blu o Cuore Selvaggio, presenta un indiscusso fascino...per quanto mi riguarda la cosa che più adoro dei suoi lavori sono quelle atmosfere inconfondibili e inquietanti che li contraddistinguono...nessun altro ci riesce...

deliriocinefilo ha detto...

secondo me tra i capolavori di lynch, insieme a INLAND, eraserhead e una storia vera.

filippo ha detto...

premettendo che ho un'adorazione maniacale per Lynch, che mi porta a considerare ogni sua opera (filmica, pittorica, teatrale...) un capolavoro, nella mia personale classifica ai primi posti ci sono Velluto Blu, Cuore Selvaggio e una storia vera...purtroppo INLAND EMPIRE non sono ancora riuscito a vederlo...:(
Attendo il dvd...ma so già che sarà un capolavoro...

deliriocinefilo ha detto...

puoi dirlo forte!

Anonimo ha detto...

mullholand drive è un capolavoro..per non parlare della colonna sonora

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