martedì 12 marzo 2013

Sinister, la recensione

Regia: Scott Derrickson
Cast: Ethan Hawke, Vincent Philip D'Onofrio, James Ransone, Fred Dalton Thompson, Clare Foley, Michael Hall D'Addario, Juliet Rylance
Durata: 1h 50m
Anno: 2012

Dopo un incredibile successo commerciale lo scrittore Ellison Oswalt (Ethan Hawke) non è più riuscito ad azzeccare un libro. I suoi lavori sono caratterizzati da una morbosità unica, dato che si basano su fatti di cronaca nera realmente accaduti, e gli hanno causato l’odio di gran parte dei membri delle forze dell’ordine, il più delle volte fatti passare per degli inetti. Ellison è in cerca di una storia che possa rilanciare la sua carriera e per questo decide di trasferirsi con la famiglia all’interno di una casa che, anni prima, era stata teatro di un orribile delitto.


Il remake di Ultimatum alla Terra aveva segnato la carriera di Scott Derrickson e non di certo in senso positivo. Un’operazione commerciale in puro stile hollywoodiano, che non aveva assolutamente motivo di esistere e che lo ha dimostrato in maniera eloquente una volta arrivata sul grande schermo. A quel punto tutti si sono scordati che quel regista fosse lo stesso di The Exorcism of Emily Rose, una pellicola che, sebbene non accolta dall’unanimità di consensi, è stata in grado di centrare il bersaglio proponendoci una classica storia di possessione con l’aggiunta del “tarlo del dubbio”, rappresentato dalla componente legale.

Passati sette anni questo regista ha deciso di cimentarsi nuovamente con il genere horror, che aveva contribuito in maniera determinante a fare la sua fortuna, portando sul grande schermo una storia che, allo stesso modo della precedente, aggiunge ad un plot classico un sottocontesto in grado di renderla più interessante. Con questo non si vuole certo dire che Sinister sia un’opera innovativa, da questo punto di vista è infatti più classica che mai, proponendoci quello schema tipico degli “haunted house movie”, con il consueto campionario di rumori nella notte, inquietanti presenze (infantili) e demoni misteriosi. Ma è in grado di giocare con questi canoni in maniera efficace.

Prima di tutto perché ci catapulta direttamente nel vivo della storia, evitando le introduzioni di rito che il più delle volte occupano inutilmente la durata di pellicole simili. Pochi giri di parole, Sinister comincia con una famiglia che si trasferisce in una nuova casa e dopo pochi minuti entra in scena un inquietante mistero che si sviluppa parallelamente al background del protagonista Ethan Hawke, che rappresenta l’altra scelta azzeccata di questa storia. Uno scrittore che ha costruito il suo successo sulla cronaca nera e che non sfigurerebbe affatto all’interno di un qualsiasi salotto da primo pomeriggio televisivo, proprio perché incarna quella morbosità da talk show che contraddistingue gran parte del pubblico odierno.

Una cosa che da un certo punto di vista era presente anche in The Exorcism of Emily Rose, ma che in questo caso viene spiattellata apertamente tramite un espediente metacinematografico (la visione delle bobine in super 8, che provoca contemporaneamente un senso di repulsione e attrazione) neanche troppo sottile. Il fatto che il protagonista sia poi rappresentato in un momento cruciale della sua vita non fa altro che mettere ulteriore carne al fuoco, portando in scena una figura che, lontana il più possibile da quella dell’eroe, si sgretola interiormente minuto dopo minuto.

Ovviamente i difetti non mancano, il film in alcuni punti sembra voler giocare a tutti i costi sul brivido facile, quando invece potrebbe osare qualcosa di più (si vedano ad esempio quegli ammiccamenti destinati solo ed esclusivamente al pubblico, di cui si potrebbe fare benissimo a meno). Ma è innegabile il fatto che per la sua intera durata Sinister è in grado di accumulare tensione nel migliore dei modi, senza mai presentare cali di ritmo.

Pubblicato su ScreenWEEK

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