martedì 18 dicembre 2012

Chained, la recensione

Regia: Jennifer Chambers Lynch
Cast: Vincent Philip D'Onofrio, Evan Bird, Eamon Farren, Julia Karin Ormond, Jake Weber, Gina Philips
Durata: 1h 34m
Anno: 2012

È incredibile come nel corso della sua carriera Jennifer Lynch (figlia del ben più noto David) sia riuscita a realizzare pellicole che, sulla carta avevano tutte le carte in regola per rivelarsi dei piccoli cult movie. Prendiamo ad esempio Boxing Helena, una storia che si basa sull’ossessione, su quell’amore irrazionale che può spingere a compiere azioni sconclusionate e decisamente estreme. Chi ha visto il film sa bene però quanto questa componente sia assente. Si tratta di infatti di un’opera che ha fatto del ridicolo involontario il suo leitmotiv, garantendo alla Lynch una cattiva fama che ancora oggi l’accompagna.


Chained, presentato nella sezione “Rapporto Confindenziale” dell’edizione 2012 del Torino Film Festival, non è certamente da meno, anche se, bisogna dirlo, i progressi si notano. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una storia disturbante, che vede tra i protagonisti un serial killer tassista (Vincent D’Onofrio). Bob, questo il suo nome, carica le sue vittime (tutte donne) sul suo taxi, le porta nella sua casa sperduta chissà dove e le uccide per poi seppellirle nel suo scantinato. Un “bel” giorno durante questa routine sanguinaria Bob si ritrova con il figlio piccolo di una delle sue vittime a carico. Senza perdersi d’animo decide di “adottarlo” e di farlo vivere con lui, legato ad una catena che gli permette di muoversi solo ed esclusivamente all’interno di quell’abitazione, usandolo come tuttofare.

Una storia forte, che regge per gran parte della sua durata proprio a causa di quella perversione insita al suo interno. Il film gioca molto sul rapporto tra i due, mostrandoci l’evoluzione di una sorta di Sindrome di Stoccolma che, per forza di cose, scatta nella mente del povero ragazzino sequestrato (interpretato in età adulta da Eamon Farren) e costretto a convivere con un uomo disturbato per molti anni, diventando suo complice involontario.

La trama presenta più di una forzatura. Su alcune si può facilmente sorvolare, ma su altre si fa decisamente più fatica e sono tutte comprese nell’ultima mezzora del film. L’apice del fastidio ci viene però offerto dal finale, che presenta un colpo di scena decisamente inaspettato ma non per questo efficace. Ci sono casi in cui una pellicola riesce a recuperare a gran parte delle sue pecche piazzando la cosiddetta “conclusione ad effetto”. Chained, invece, fa esattamente l’opposto: arranca egregiamente durante il suo sviluppo e crolla, trascinando ogni cosa con sé, negli ultimi minuti, lasciando lo spettatore con un grosso interrogativo: “Perché?”.

Pubblicato su ScreenWEEK

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