venerdì 16 dicembre 2011

Cambio Vita, la recensione

Regia: David Dobkin 
Cast: Jason Bateman, Ryan Reynolds, Olivia Jane Wilde, Leslie Mann, Alan Arkin, Mircea Monroe, Ned Schmidtke 
Durata: 1h 52m 
Anno: 2011 

Mitch (Ryan Reynolds) e Dave (Jason Bateman) sono amici praticamente da sempre, nonostante siano molto, se non totalmente, diversi. Una differenza che si nota anche dalle scelte di vita fatte dai due. Il primo è infatti uno scapestrato, un eterno bambino incapace di prendersi le sue responsabilità e di mantenere una relazione stabile. Il secondo è invece un affermato avvocato, felicemente sposato e con figli, ma forse troppo preso dal suo lavoro per prestare la giusta attenzione alla sua famiglia. Destino vuole che una notte, complice qualche birra di troppo, i due si confessino reciprocamente di invidiare la vita dell’altro. Il tutto avviene mentre, evidentemente alticci, sono intenti ad orinare in una fontana che, a loro insaputa, in grado di esaudire i desideri. Il giorno dopo, infatti, Mitch si risveglia nel corpo di Dave e Dave in quello di Mitch. 


Ora che il revival è all’ordine del giorno e le case di produzione continuano a saccheggiare a piene mani dal passato, ecco che arriva l’ennesima commedia americana che cerca di riproporre le atmosfere di quelle pellicole tanto in voga tra gli anni ’80 e ’90 e incentrate sullo scambio di personalità. Dietro la macchina da presa David Dobkin (lo stesso di 2 single a nozze), che ci propone una vecchia storia, aggiornandola con una buona dose di quello spirito politicamente scorretto che ha fatto la fortuna delle produzioni targate Judd Apatow e, prima ancora, delle pellicole dirette dai Fratelli Farrelly. 

Il risultato è un film che non sembra avere la benché minima idea di dove voglia andare a parare, che alterna momenti comici più o meno grossolani a picchi di sentimentalismo riusciti solo in parte e il più delle volte fuori luogo. Un vero peccato, perché a conti fatti questo Cambio Vita sarebbe stato facilmente in grado di considerarsi riuscito (per il suo genere di riferimento, sia ben chiaro) se solo non avesse sentito la misteriosa esigenza di virare a favore dell’umorismo più semplice e scontato, azzerando totalmente quell’alone di ingenuità e purezza che titoli come Tale padre tale figlio e Vice versa, solo per citarne alcuni, possiedono. 

Restano dei buoni interpreti, qualche momento decisamente riuscito e un finale all’insegna del “volemose bene” che tutto sommato riesce a ottenere il risultato desiderato. Ma se l’intento era quello di regalare agli spettatori un sorta di operazione nostalgica, tanto vale prendere dagli scaffali una vecchia VHS e godersi quei film che, in un modo o nell’altro, sanno ancora come farsi rimpiangere. Soprattutto quando il paragone è forzato.

Pubblicato su ScreenWEEK

2 commenti:

Amos Gitai ha detto...

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