lunedì 9 febbraio 2009

Fuga da Alcatraz

Fuga da Alcatraz (1979, regia Don Siegel)



Nel 1960, dopo varie evasioni, Frank Morris (Clint Eastwood) viene trasferito ad Alcatraz, il carcere di massima sicurezza dal quale è impossibile fuggire.
All’interno della sua nuova dimora Frank troverà amici e nemici, sarà costretto a sottostare alle dure leggi del direttore Warden (Patrick McGoohan) e continuerà a conservare un sogno, quello di poter scappare.
Con l’aiuto di altri tre compagni reclusi tenterà l’impresa.

Se un giorno dovesse capitarvi l’occasione, non esitate chiedere a Morando Morandini cosa rappresenta per lui Escape from Alcatraz.
La risposta sarebbe una sola: “un film da scuola del cinema”.
Il discorso si potrebbe anche chiudere qui, di fronte ad un parere così autorevole ogni altra parola è infatti superflua.

Fuga da Alcatraz è riuscito a diventare con il tempo un termine di paragone, un film chiamato in causa ogni volta che al cinema (e non solo) vengono proposte atmosfere simili.
Questo perché ha saputo appropriarsi dei classici canoni di un genere (quello cosiddetto carcerario), aggiornandoli, mischiandoli ad altri (come quelli western, la cui solennità è ben evidente) e trasformandoli in caratteristiche fondamentali di tutta una cinematografia futura.
Difficilmente infatti sarebbero esistiti film come Le ali delle libertà senza l’opera di Siegel. Ancor meno probabile l’esistenza dei libri cui sono ispirati (nel caso del film di Darabont il magnifico racconto di Stephen King Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank).
Escape from Alcatraz è una storia di fratellanza, di libertà, di ribellione (nei confronti di ogni forma di potere).
Un film calibrato e scandito con la precisione di un orologio svizzero, che trova la sua dimensione estetica nell’inespressività di Clint Eastwood.
Nei panni dell’imperscrutabile Morris l’attore è riuscita a donarci una figura al di là del bene e del male, proprio come lo era stato qualche anno prima il suo Dirty Harry (sempre diretto da Don Siegel).
Caratteri che rimangono nell’immaginario comune e che, ancora oggi, riescono a far venire i brividi grazie ad un semplice scambio di battute:
Quando compi gli anni?
Non lo so.
Cristo, che razza di infanzia hai avuto?
Breve...

Pubblicato su Cineocchio

4 commenti:

Noodles ha detto...

Verissimo. Sottoscrivo ogni parola. King si rifà con evidenza a Siegel, ma in un certo senso - senza nulla togliere al bellissimissimo racconto, uno dei vertici dell'arte dello scrittore del Maine - il taglio decisamente più freddo e marziale di Siegel è il dato che ancor oggi resta inimitabile. L'hai scritto bene nella recensione: l'accoppiata Eastwood/Siegel era incendiaria. Interprete scabro per una regia altrettanto secca, per cui viene fuori un oggetto anomalo, imperscrutabile proprio come il suo protagonista. Si parte da una storia vera e se ne conserva tutto il mistero. Possiamo dire di conoscere Morris, alla fine del film? Neanche per idea! Come se il cinema si tramutasse in una vera tranche de vie e non permttesse di indagare - come è nella vita - il mistero di un uomo.

Anonimo ha detto...

Come ho scritto in una recente recensione di Per un pugno di dollari, sarà anche vero che Clint Eastwood aveva solo due espressioni (con o senza cappello), però cavolo...che espressioni!!
Ale55andra

Roberto Fusco Junior ha detto...

Escape from Alcatraz è una storia di fratellanza, di libertà, di ribellione (nei confronti di ogni forma di potere).
E... hai detto tutto.

Uno dei miei film preferiti.

mizza ha detto...

magnifico a dir poco, un capolavoro come pochi!

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