martedì 8 maggio 2007

1997 - Fuga da New York

1997 – Fuga da New York (1981 , regia John Carpenter)



Snake Plissken (da noi Jena) non è un eroe. Messo da parte il “me ne fotto di morire!”, pensiero caratteristico di molti duri cinematografici, compie il suo coraggioso gesto non per vivere di gloria, ma per vivere e basta. Costretto con l’inganno a salvare il presidente americano, preso in ostaggio da un gruppo di carcerati Newyorkesi, si getta in quest’avventura, cosciente del fatto che deve fare in fretta, perché il tempo stringe.
In questo prossimo futuro New York non è più una grande mela, ma una mela marcia. Trasformata in megacarcere, si è ritrovata ad essere patria di diseredati, loschi individui che hanno formato una società di morte, dimenticando quella che hanno vissuto come civiltà e democrazia.
Vivono nei sotterranei questi abitanti forzati, formano piccoli imperi in superficie, praticano antichi giochi ludici il cui apice è la morte, autoproclamano il loro potere in attesa di una smentita.
Snake non è come loro, ma non è certo un cittadino modello. Vive rasentando il confine, come un vecchio cow boy non crea bufere, ma non rimane neanche immobile a guardarle. E’ in quella forte caratterizzazione stereotipata che risiede il suo fascino. L’aura misteriosa di un cavaliere dell’ovest, unita all’astuzia tipica dei più famosi briganti e bucanieri (come evidenzia la benda sull’occhio). Come il cavaliere pallido di Eastwood, è già leggenda ancor prima di trapassare. Tutti sanno il suo nome, ma nessuno conosce il suo volto. “Ma non eri morto?” domandano quelli che apprendono la sua identità, perché una leggenda vive di storie gonfiate, non si controlla, molto spesso delude incontrata di persona, ma all’occorrenza è pronta ad agire.
I tipici personaggi dei film western ci sono tutti (ovviamente attualizzati), il buon cocchiere (qui munito di taxi), sempre nel posto giusto al momento giusto. La donna da Saloon, bella e intrepida. E il prepotente, l’uomo malvagio che detiene l’ostaggio, unica via di salvezza per il povero protagonista.
Ed è con un adrenalinico “inseguimento tra diligenze” che si conclude l’avventura. L’antieroe ha compiuto la missione, ma conferma la sua essenza. Assicuratosi la salvezza, si esibisce in un ultimo scherzo beffardo, per poi immergersi nuovamente nel nulla da cui è uscito, diventando un’altra volta leggenda. Con la consapevolezza di essere cambiato, di aver acquistato un’identità, di non essere più un soprannome.
Uno dei migliori John Carpenter e uno dei migliori Kurt Russel. Un connubio che da vita ad un film leggendario, destinato all’immortalità. Una bellissima storia, caratterizzata da alcune venature Noir. Una sottile satira politica, che vede il presidente come un povero idiota, ma siamo ancora lontani dalla rabbia manifestata in “Essi Vivono ”.
Troppo spesso Carpenter è stato snobbato e considerato un regista di serie B.
Le atmosfere trash sono quelle da lui predilette, ma la sua è una regia d’autore, che ci dimostra che un capolavoro non deve per forza essere impegnato, l’importante è che coinvolga.


3 commenti:

Anonimo ha detto...

Concordo pienamente con la recensione . Bellissimo film e bravissimo regista ^^
Ale55andra

filippo ha detto...

Io lo considero un capolavoro...tra i mie film preferiti...Kurt Russel è un figo...:)

MaximaFobia ha detto...

anche questo è un capolavoro! davvero bello.
c'è da dire che sono rimasto abbastanza deluso dal sequel o remake che sia, Fuga da Los Angeles...

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