lunedì 23 novembre 2009

Paranormal Activity

Paranormal Activity (2007, regia Oren Peli)



Quelle che vediamo sono le registrazioni effettuate da Katie e Micah, una giovane coppia convinta che la loro casa sia infestata da presenza demoniache.

Cosa succede quando una pellicola è famosa prima ancora di arrivare sul grande schermo? Prima di tutto si creano delle aspettative spropositate. In secondo luogo si rischia di deludere queste aspettative, principalmente perché a furia di sentire aneddoti e commenti, vuoi o non vuoi la storia te lo sei già fatta nella tua testa e non è quasi mai quella che ti ritrovi a vedere.

E’ questo il caso di Paranormal Activity, un piccolo film indipendente, diventato un grande caso mediatico. Merito del passaparola, che l’ha fatto diventare un titolo di culto, e merito anche di Steven Spielberg, che si dice non abbia retto l’intera visione del film, cosa che gli ha garantito un bel po’ di pubblicità. Ora, non voglio mettere in discussione la professionalità del papà di E.T., ma evidentemente deve spaventarsi facilmente. Il film di Oren Peli dura un’ora e mezza, e se non fosse per un finale indubbiamente bello e suggestivo, verrebbe da chiedersi che fine abbia fatto questa tensione sbandierata da più parti.

Volendolo paragonare al suo predecessore Blair Witch Project – a sua volta debitore nei confronti di Cannibal Holocaust – perde in partenza. Intendiamoci, l’opera di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez presa così non è questo gran che. Funziona piuttosto come caso, visto che è stato uno dei primi film a sfruttare le potenzialità del cosiddetto viral marketing. Ora che il finto documentario è all’ordine del giorno (Cloverfield, Rec, Diary of the Dead, solo per citarne alcuni) e che simili pellicole si limitano a cavalcare l’onda, senza fare il minimo sforzo per sembrare credibili, sul serio possono ancora destare scalpore?

Si potrebbe continuare a riflettere su quanto il cinema contemporaneo sia entrato in sintonia con la YouTube generation, diventando specchio di una società all’interno della quale per esistere si deve passare attraverso il filtro di una telecamera. Ma ormai anche questi sono discorsi che lasciano il tempo che trovano.

Pubblicato su ScreenWEEK

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Se trovo un pò di tempo nella marasma di impegni lavorativi, universitari e cinematografici, forse e sottolineo forse me lo recupero...tanto me l'hai già detto che è tranquillamente trascurabile.

Ale55andra

Moidil ha detto...

Ho visto tre finali diversi e il più brutto resta quello che ho visto al cinema... Bah.

Carlo Spadafora ha detto...

Il finale non mi è piaciuto per niente...sarebbe stato meglio tagliare 1 minuto prima e lasciare tutto all'immaginazione del pubblico. Comunque un filmetto...rec e coverfield sono sicuramente migliori, forse perchè si vede quel "qualcosa" contro cui si combatte. Un'ora e mezza di rumori di passi e porte che sbattono...bah

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